martedì 26 maggio 2009
Quando sento parlare di Marx mi nasce sempre un senso di pesantezza. Però c'è una cosa credo sia verissima: sono le modalità di produzione creano la sovrastruttura ideologica (leggi "cultura"). Il capitalismo è cambiato. Ma ad un suo cambiamento è corrisposto un cambiamento delle forme di vita e di pensiero del tutto coerente col suo cambiamento. Vi sono tratti caratteristici che si trovano in entrambi i campi: non si punta più alla proprità di un bene quanto al procurasi da un oggetto determinate funzioni, i legami di lavoro come relazionali in genere diventano flessibili, sostituibili in breve tempo, si punta al subito, all'adesso, al presente, all'effetto e alla sensazione immediata. Ognuno è responsabile della gestione creativa della propria soggettività, sia essa un'impresa, che i propri progeti di vita. Ogni cosa deve cercare il massimo dell'attratività per essere venduta, per avere successo: la pubblicità e il marketing diventano il modello di tutto, anche della contruzione della propria interiorità. Siamo diventati noi stessi prodotti che dobbiamo abbellire e mettere in vendita, dobbiamo "farci da soli", trovare la propria strategia di sopravvivenza e successo, in autonomia. L'apparenza e la cultura dell'immagine e della sensazione sono diventati punti centrali del nostro agire. L'elenco può proseguire all'infinito, ma questa correlazione così stretta non può essere casuale. Spiegare come e perchè è un altro discorso, qui le opinioni in proposito possono essere diverse. Però questo è lo spirito della nostra era e, uscendo da discorsi astratti, è una cosa che sento prepotentemente intorno a me, al mio vivere quitidiano, lo respiro nell'aria. Ci sono dentro anche io ma per adesso nuoto vicino alla riva. Non so se è perchè questo cambiamento ha attraversato la mia generazione in particolare che qualcosa mi stona, magari chi è già un pò più giovane di me vive queste cose in modo più naturale. O forse sono rimasugli antirazionali e pseudo-idealistici che mi fanno chiedere dove sia finito quell'omunculus interno che altro non è che la nostra profonda interiorità, il nocciolo duro di noi stessi, spinto e soffocato sempre più all'interno da rischiare l'implosione. E' probabilissimo che non esista e non sia mai esistito. E' un ipotesi da non scartare, anzi è molto convincente. Però forse sono intellettualmente masochista, o sto tentando l'ultima forma inutile e ancora irrazionale di resistenza. In inghilterrra usano un espressione molto pregnante: flogging a dead horse, sto frustando un cavallo morto. Non fa una piega.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)